Intelligenza artificiale e lavoro stanno ridisegnando il valore delle competenze nelle imprese. E, contrariamente a molte previsioni, l’AI potrebbe rendere esperienza e competenze senior ancora più strategiche.
di Guido De Pace
Eravamo tutti intenti a ragionare di Intelligenza Artificiale, quando è arrivata la rivelazione del fuoriuscito di ANTHROPIC che ci ha lasciati pietrificati: l’intelligenza artificiale ci seppellirà tutti, con l’aggravante che siamo stati noi a far entrare il lupo nel pollaio. Questo è il sunto, per dirla alla Kubrick: “2031 OdiessAI nello spazio”
Stefano De Martino, si è così affrettato a dire che quest’anno il Festival di Sanremo non permetterà l’ingresso dell’AI nella composizione di musica e testi. Nel nostro piccolo …
Facezie a parte, dopo il prevedibile sgomento, qualche studioso un po’ più smaliziato ha avanzato qualche dubbio: non sarà per caso un’operazione di “marketing della paura” orchestrato dalle stesse tech companies? A che pro? Giuliano Noci, prorettore del polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, ha la sua teoria: frenare – facendo leva sulla paura – le aspettative e lo sviluppo di una tecnologia che in realtà non sapeva come dare tutto ciò che aveva promesso. Intervistato da Rai Radio1, Noci ha definito i signori dell’AI dei “magliai” che suggeriscono di fermare l’AI prima che sia troppo tardi, per non dire che hanno mentito per gonfiare il valore delle loro aziende (evitando la quotazione, guarda caso, l’imminente quotazione).
Possiamo tirare tutti un respiro di sollievo? Sì (forse)!
Perché l’AI si delinea per quello che è: un grande strumento con grandi potenzialità se gestita da menti capaci e raffinate. Niente di più. Si fa per dire, ovviamente, perché quello che ha da offrire è tantissimo e la nostra vita l’ha cambiata davvero, così come ha cambiato il rapporto di forza generazionale in maniera totalmente inatteso. Per capire come bisogna fare un passo indietro. Mesi fa sono usciti i risultati di diversi studi indipendenti commissionati, in differenti paesi, dal MIT di Boston, dalla Banca di Corea e dall’Università di Stanford. Gli indicatori analizzati erano stipendi e assunzioni dell’ultimo quadriennio e i risultati hanno certificato che l’introduzione dell’AI ha fatto perdere occupati tra i 20 e i 30 anni e fatto crescere l’occupazione nella fascia tra i 50 i 59. Lo stesso studio (coreano) ha anche sottolineato come l’AI stia riducendo sensibilmente i costi di formazione dei dipendenti, rendendoli disponibili a chiunque voglia crescere. Uno studio dell’Università di Stanford ha aggiunto un altro tassello: l’AI non ha causato licenziamenti ma ha rallentato fortemente l’assunzione. Insomma: i giovani arretrano e i senior avanzano e la causa è un cambiamento tecnologico che si pensava avrebbe sortito effetti contrari e che invece ha spostato le opportunità da una generazione all’altra.
Il motivo di tutto ciò risiede proprio nella natura stessa delle capacità dell’AI: saper fare il lavoro. E se fino a 4 anni fa, un giovane laureato in programmazione era più abile e meno caro di un anziano programmatore, oggi le stringhe di programmazione le può fare l’AI in pochi minuti e per le imprese diventa più importante avere figure critiche e strategiche che operative. Uomini e donne che conoscano il mestiere, che abbiano la capacità di giudizio e il senso prospettico, capaci di dare coerenza a questi infiniti output a costo prossimo allo zero. Insomma, saper fare le domande corrette al sistema, saper riconoscere le risposte sbagliate anche se verosimili, saper motivare una scelta o una strategia davanti agli azionisti diventa “la tenuta di strada” di una autovettura con un motore potentissimo. (la potenza è nulla senza controllo, diceva una vecchia pubblicità).
Luciano Ballerano, ex manager NVIDIA e oggi studioso e divulgatore di intelligenza artificiale ha scritto “L’anzianità accumulata acquista valore produttivo a condizione che chi la possiede impari a lavorare con i nuovi strumenti”. In altre parole, nessuno deve più sentirsi al sicuro per sole questioni anagrafiche perché il vero beneficio nasce solo dall’incontro tra esperienza, conoscenza e capacità di padroneggiare le nuove tecnologie. La sfida per i cinquantenni di oggi sta nel capire ciò che l’AI non possiede e offrirlo come valore aggiunto al business, unitamente alla capacità di un senior di far crescere e formare le nuove generazioni. Perché, scrive sempre Ballerano, “la competenza di domani dipende molto dalle occasioni offerte oggi ai giovani.”
Pertanto, la formazione delle nuove generazioni da parte delle figure senior diventa centrale per il futuro: l’Intelligenza Artificiale infatti offre un risparmio alle aziende, ma lo offre consumando un patrimonio, una riserva di competenze costruita in tanti anni prima dell’arrivo dell’AI. Che consuma e non ricostruisce. E se un neolaureato in meno (perché non assunto) lo noti in bilancio trimestrale come saving, tra 10 anni sarà un altro senior assente in organico con effetti non sempre positivi su azienda e numeri.
Ecco che l’over 50 diventa il vero fattore vincente delle imprese, perché diventa moltiplicatore di valore, sia della grande potenza dell’AI che della formazione. La sua presenza oggi massimizza l’efficacia della tecnologia e previene la carenza di competenza di domani, attraverso un ruolo di mentoring, sostegno e formazione alla responsabilità che solo una figura strutturata può e sa offrire.