Le materie prime “critiche”, l’economia circolare e quella strana tendenza a raccontare il futuro della propria azienda senza farsi credere dalle banche
di Alessandro Campo
C’è una notizia che, se fossimo un Paese meno distratto, finirebbe in prima pagina accanto al Caso Poggi e alle vetrine rotte dai maranza. L’Italia è seconda in Europa per economia circolare. Seconda. Noi. Quelli che la burocrazia, quelli che l’Italia è fatta così, quelli che “non cambierà mai niente”. Ricicliamo, recuperiamo, rimettiamo in circolo, con una disinvoltura che noi stessi, per primi, fatichiamo a raccontare. Lo ricorda l’ultimo Focus ON di SACE dedicato a materie prime critiche ed economia circolare, pubblicato il 27 ottobre 2026. È un documento sobrio, scritto con la prudenza di chi per mestiere assicura rischi. Proprio per questo merita di essere letto con attenzione: quando i prudenti dicono che una cosa conviene, di solito conviene davvero.
Il paradosso del primo della classe
Partiamo dal paradosso: siamo bravissimi a riciclare, ma continuiamo a dipendere dall’estero come pochi altri. Secondo SACE, nel 2024 il 46,6% del fabbisogno di materiali dell’economia italiana arrivava da fuori confine, più del doppio della media europea (22,4%). Nel 2025 il conto delle importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% rispetto al 2021, dovuto soprattutto ai prezzi.
Poi c’è il capitolo delle materie prime strategiche (o “critiche”, che dir si voglia), quelle diciassette sostanze dai nomi da tavola periodica che il Critical Raw Materials Act europeo considera indispensabili per la transizione verde, il digitale, la difesa e lo spazio. Le importiamo per circa 20 miliardi l’anno, il 62,3% in più rispetto al 2015, e il 99% ci arriva già raffinato. Tradotto: il rubinetto è altrove, e chi lo controlla lo sa benissimo. Siamo campioni nel recuperare il vetro della bottiglia (il nostro tasso di utilizzo circolare dei materiali è un rispettabile 21,6%), molto meno nel recuperare il palladio del catalizzatore (nel 2023, la quota del fabbisogno di materie prime strategiche coperta dal riciclo era stimata intorno all’1%).
La miniera che abbiamo in cantina
La parte più affascinante dello studio riguarda l’urban mining, la “miniera urbana”. L’idea è semplice, quasi poetica: i giacimenti di litio, cobalto, rame e terre rare non stanno solo nelle viscere del Congo o della Mongolia interna. Stanno anche nei cassetti delle nostre case, dentro smartphone dimenticati, vecchi computer, batterie esauste, pannelli fotovoltaici che hanno finito di fare il loro dovere. Secondo le stime citate da SACE, tra il 2023 e il 2040 lo stock di prodotti riciclabili nei settori eolico, fotovoltaico e batterie crescerà di circa 13 volte, e i volumi di fotovoltaico da dismettere in Italia nel decennio 2031-2040 saranno oltre 700 volte quelli del decennio precedente. Se sapremo intercettarli, nel 2040 il riciclo potrebbe coprire tra il 20% e il 32% del fabbisogno nazionale di materie prime strategiche.
Una miniera, dunque, che non richiede trivelle né concessioni ventennali, ma impianti, tecnologia, filiere organizzate e capitali. Cioè esattamente le quattro cose che, in Italia, si trovano più facilmente nei convegni che nei bilanci.
Sostenibilità: non è beneficenza, è conto economico
Arriviamo al punto che interessa davvero chi fa impresa. Per anni la sostenibilità è stata trattata dalle PMI come una tassa morale: un costo da sostenere per far contenti i clienti grandi, i giornali e magari i figli adolescenti. Lo studio SACE mette in fila numeri che smontano questa lettura con una certa crudeltà. Le imprese italiane che brevettano tecnologie green registrano un valore aggiunto medio per addetto di 144 mila euro, contro i 92 mila delle imprese che brevettano in altri ambiti, e il 57,8% di esse è attivo sui mercati esteri (è sempre SACE a scriverlo). Ancora: secondo l’analisi del Centro Studi Tagliacarne riportata nello stesso documento, tra il 2017 e il 2024 i ricavi delle imprese più sostenibili (High-ESG) sono cresciuti del 65%, contro il 55% di quelle meno sostenibili. Le prime realizzano all’estero il 37% del fatturato, le seconde il 30%; le prime esportano in media in 26 Paesi, le seconde in 16.
Dieci punti di crescita in più non sono un dettaglio da bilancio sociale. Sono la differenza tra un’azienda che negozia e un’azienda che subisce. Eppure, in molte PMI, la parola ESG continua a suscitare la stessa reazione che suscitava “posta elettronica certificata” nel 2008: un sospiro, un’alzata di spalle, la speranza che passi. Ebbene, non passerà.
Il business plan come romanzo d’appendice
Qui conviene essere franchi, con l’affetto che si deve a chi lavora davvero. Il business plan di alcune PMI somiglia a un romanzo d’appendice: trama avvincente, protagonisti coraggiosi, finale lieto garantito. Fatturato in crescita costante, margini in miglioramento, investimenti che si ripagano da soli. Manca soltanto una cosa: alcuni lettori “preziosi” disposti a crederci.
Quei lettori preziosi, oggi, si chiamano banca, fondi d’investimento, investitori che dovrebbero mettere proprio capitale nelle aziende. E quei lettori, a differenza di vent’anni fa, hanno cambiato occhiali. Le regole europee sulla concessione del credito chiedono agli istituti di valutare anche i rischi ambientali, sociali e di governance delle imprese finanziate. I grandi clienti, a loro volta, devono rendicontare la sostenibilità della propria catena di fornitura, e girano le domande ai fornitori, cioè alle PMI. Il questionario ESG che arriva a ciel sereno dal committente tedesco non è una curiosità burocratica: è un vero e proprio esame di ammissione.
In questo contesto, un piano di crescita che ignora la dipendenza da materie prime importate, l’esposizione alla volatilità dei prezzi, la gestione degli scarti, l’efficienza energetica e la tenuta della filiera non è un piano ottimista. È un piano incompleto. E un piano incompleto, agli occhi di un analista del credito, vale più o meno quanto un oroscopo ben scritto. Lo studio SACE lo dice con linguaggio istituzionale: per tradurre la circolarità in crescita servono investimenti lungo tutto il ciclo di vita del prodotto, e finanza e assicurazione sono “fattori abilitanti”. Nell’UE gli investimenti nell’economia circolare valgono già circa 120 miliardi di euro l’anno. Il denaro, insomma, c’è. Va verso chi sa dimostrare di meritarlo.
Credibilità: la vera materia prima critica
Ecco allora la tesi, che lo studio suggerisce senza dirla apertamente: per una PMI la vera materia prima critica non è il cobalto. È la credibilità.
Un business plan credibile non è quello con i numeri più belli, ma quello con i numeri più difendibili. È un documento che sa rispondere a domande scomode: da dove arrivano i tuoi input critici e cosa succede se domani costano il 30% in più? Quanto pesa l’energia sul tuo margine e cosa stai facendo per ridurla? I tuoi scarti sono un costo o potrebbero diventare un ricavo? Il tuo principale cliente ti chiederà dati ambientali tra due anni, e tu li avrai?
L’impresa che integra queste risposte nel proprio piano prospettico ottiene tre risultati concreti. Il primo: riduce il rischio percepito, e quindi migliora il proprio rating interno presso le banche, con effetti diretti sul costo e sulla disponibilità del credito. Il secondo: rende misurabili e verificabili le proprie promesse, che è la condizione necessaria perché un investitore le prenda sul serio. Il terzo: entra nelle filiere che contano, quelle in cui, come osserva SACE, la governance si fonda su fiducia, partnership di lungo periodo e collaborazione.
Il tutto con un’enorme avvertenza sul greenwashing che, oltre a essere sanzionabile, ha un effetto devastante sulla fiducia. Per questo la parola chiave non è “comunicare” la sostenibilità, ma misurarla, certificarla e integrarla nei numeri.
Le PMI e il tavolo dei grandi
C’è un dettaglio, nello studio, che merita un sorriso. La Garanzia Archimede di SACE per le materie prime critiche può coprire fino al 70% dei finanziamenti destinati a “grandi imprese” che investono in Italia in impianti di trasformazione, riciclo e stoccaggio. Grandi imprese. Le PMI, per ora, guardano il banchetto dalla porta. Ma la porta non è chiusa. I grandi progetti strategici, come quelli italiani selezionati dalla Commissione europea nel 2025 e nel 2026, tutti fortemente orientati al riciclo, hanno bisogno di fornitori, subfornitori, partner tecnologici, operatori della logistica e del recupero. Hanno bisogno, cioè, di PMI. Ma di PMI in grado di presentarsi con i conti in ordine, i dati ESG disponibili e un piano industriale che stia in piedi anche senza applausi.
La filiera, scrive SACE, “moltiplica il valore della circolarità”. Vale anche il contrario: la filiera esclude, con garbo ma senza esitazioni, chi non è in grado di dimostrare il proprio valore.
Conclusione: dalla buona coscienza al buon credito
Riassumendo, l’Italia ha un primato nella circolarità che non sa ancora trasformare in autonomia sulle materie prime strategiche. Le imprese più sostenibili crescono di più, esportano di più e producono più valore per addetto. Le banche e gli investitori hanno cominciato a leggere i piani industriali con “lenti ESG”. E le PMI che continuano a considerare la sostenibilità un capitolo facoltativo rischiano di scoprire che, nel frattempo, è diventata un requisito d’accesso.
La buona notizia è che il percorso è praticabile. Non servono rivoluzioni, servono metodo, dati e qualcuno che sappia tenere insieme la parte industriale, quella finanziaria e quella di compliance, senza che una divori le altre. È esattamente il lavoro che il team di Alysiance svolge da tempo: accompagnare le PMI nella costruzione di piani di crescita e business plan prospettici credibili, solidi e leggibili da banche e investitori, integrando in modo sostanziale i fattori ESG di impatto e sostenibilità. Per farlo, da qualche settimana Alysiance opera in affiancamento stabile con un qualificato operatore di analisi, compliance e certificazione ESG, così da offrire ai propri clienti un servizio completo e personalizzato a 360 gradi: dalla diagnosi iniziale alla misurazione, dalla strategia alla certificazione, fino alla presentazione dell’azienda ai suoi interlocutori finanziari. Perché la miniera è già sopra la scrivania. Bisogna solo smettere di usarla come fermacarte.