Ripuliamo i fiumi e salviamo i mari: “Il momento per credere in River Cleaning è adesso”

River Cleaning, tecnologia cleantech per la pulizia dei fiumi

Dagli stampi per Lamborghini e Ferrari alla battaglia contro l’inquinamento di fiumi e mari: l’imprenditore vicentino racconta la nascita, i riconoscimenti e la sfida industriale di River Cleaning

di Maresa Russo e Alessandro Campo

A Cassola, in provincia di Vicenza, per trent’anni si sono disegnati stampi per paraurti e spoiler destinati a Lamborghini, Ferrari, Audi, Aston Martin. Poi, nel 2019, la svolta: Vanni Covolo, alla guida della Mold S.r.l., decide di mettere tutta la sua esperienza industriale al servizio di un’idea nata da due giovani di Bassano del Grappa, Andrea e Alessandro Citton: un sistema meccanico galleggiante in grado di intercettare rifiuti e materiali prima che raggiungano il mare. Nasce così River Cleaning, oggi tra i progetti più osservati del cleantech idrico europeo, con brevetti propri, il sostegno di Horizon Europe, un messaggio dell’ONU per la Giornata Mondiale dell’Acqua e installazioni realizzate dal Naviglio Martesana di Milano alla Laguna di Venezia. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la storia, i numeri e – soprattutto – perché crede che oggi sia il momento giusto per chi vuole investirci.

Ingegnere Covolo, cominciamo dall’inizio. Lei viene dal mondo dell’automotive, dagli stampi per le grandi case europee. Come si arriva a un progetto per ripulire i fiumi?

“Guardi, non è stato un cambio di rotta improvviso, anche se a molti è sembrato così. Io lavoro con la plastica e con gli stampi dal 1986, e nel 2008 ho fondato Mold S.r.l. Per anni abbiamo prodotto componenti per grandi case automobilistiche: un lavoro di precisione, che mi ha insegnato a trasformare un’idea in un oggetto che funziona, che si può produrre in serie. Quando nel 2019 ho incontrato i fratelli Citton, ho riconosciuto qualcosa che conoscevo bene: un prototipo con un’intuizione fortissima ma che aveva bisogno esattamente delle competenze che avevo maturato in trent’anni. Non ho cambiato mestiere, in fondo. Ho cambiato il problema da risolvere”.

Come andò esattamente l’incontro con Andrea e Alessandro Citton?

“Erano due ragazzi con un’idea semplice e geniale: una barriera galleggiante che ruota grazie alla corrente e raccoglie i rifiuti senza bisogno di energia elettrica. Avevano già vinto un contest, ‘Dall’Idea all’Impresa Green’ di Seedup, a inizio 2019. Ma si erano resi conto di avere per le mani qualcosa più grande delle loro possibilità. Quando Andrea mi ha mostrato il prototipo, sono rimasto colpito dal potenziale tecnologico e ambientale. Ho deciso di investire risorse economiche e progettuali per industrializzarlo, acquisendo l’intero brevetto, ottenendone la titolarità piena e l’estensione a livello mondiale. Andrea Citton, va detto, continua a collaborare con noi ancora oggi: il progetto è figlio suo ed è giusto che ne segua la crescita”.

Non le è mai tremata la mano? Lasciare un’azienda avviata con storia e profitti importanti per una startup ambientale è una scommessa notevole.

“Le racconto un aneddoto: quando dissi al mio commercialista che stavo rinunciando a realizzare stampi per ripartire con un altro progetto, mi chiese se ero impazzito. Fino al 2019 con Mold avevo un utile di circa mezzo milione di euro l’anno. Ho investito quasi un milione di euro in River Cleaning nei primi tempi, in un momento in cui il settore automotive era già in crisi. È stata una scelta consapevole, non un azzardo cieco: avevo davanti agli occhi il problema enorme dell’inquinamento dei fiumi e dei mari e una tecnologia che poteva davvero risolverlo. Quando la convinzione è così forte, il rischio si affronta con lucidità, non con incoscienza. E ho continuato a investire soldi miei”.

Ci spieghi come funziona concretamente una barriera River Cleaning.

“Siamo partiti da un sistema di boe galleggianti, modulari, posizionate in diagonale rispetto alla corrente. La forza dell’acqua stessa le fa ruotare e convoglia i rifiuti verso un punto di raccolta, senza bisogno di energia elettrica: è il fiume che lavora per noi, ventiquattr’ore su ventiquattro. Le boe non ostacolano la navigazione né danneggiano la fauna, che passa liberamente sotto o attraverso il sistema. Nelle condizioni giuste, si può anche generare energia elettrica. Con gli anni ed i primi test sono arrivati anche i feedback dai diretti interessati, specialmente i Consorzi di Bonifica. L’interazione con gli utilizzatori è stata preziosissima per evolvere l’impianto, e oggi e le versioni più avanzate sono dotate di sensori, telecamere e radar. Oggi i sistemi sono già operabili interamente da remoto, ma stiamo investendo sull’identificazione in real-time dei rifiuti grazie a telecamere, sonar ed intelligenza artificiale. Senza contare la possibilità di aspirare anche gli oli e di depurare le acque grazie a microbolle. Sapete che oltre l’80% dell’inquinamento del mare arriva dai fiumi?”.

Dove avete testato per la prima volta il sistema su scala reale?

“L’impianto pilota è stato installato a Rosà, qui in provincia di Vicenza, ormai diversi anni fa. Ma il momento che ricordo con più emozione è il settembre 2022, durante la Milano Green Week: abbiamo installato le nostre boe, in via sperimentale e con il patrocinio del Comune di Milano, sul Naviglio Martesana. In quindici giorni abbiamo raccolto due sacchi di rifiuti al giorno, e la visibilità è stata enorme: due servizi televisivi nazionali e trentatré articoli su varie testate. È stato lì che molti hanno capito che non stavamo parlando solo di un prototipo da laboratorio, ma di una tecnologia pronta a funzionare in un contesto urbano vero.
A quel punto abbiamo deciso di far condurre test indipendenti dall’Università di Palermo, che già nelle versioni precedenti dell’impianto hanno misurato un’efficienza di cattura delle plastiche del 97,4%”.

Il progetto ha ricevuto molti riconoscimenti fin dagli esordi. Quali ricorda con più orgoglio?

“Sono tanti, e ognuno ha segnato un passaggio. Il prototipo dei fratelli Citton vinse già nel 2018 il premio SeedUp a Ecomondo. A novembre 2019 mi è stata conferita la Targa Istituzionale di Venezia del Leone di San Marco per l’innovazione a favore dell’ambiente plastic free: un riconoscimento a cui sono molto legato, perché arrivò proprio nei mesi in cui stavamo scommettendo tutto su questa strada. Nel 2020 abbiamo ricevuto l’European Advanced SDG Award dall’Università di Vienna. Nel 2022, alla Creativity Week Startup Competition di Treviso, ci siamo classificati secondi e abbiamo vinto il premio speciale Labomar per l’impatto sociale. E nel 2023 siamo entrati tra i primi tre dell’EU MERLIN Innovation Awards, categoria rigenerazione dei sistemi di acqua dolce.

Avete ricevuto attenzione anche dalle Nazioni Unite e dall’Europa. Che valore ha avuto quella validazione istituzionale?

“Tantissimo, sia in termini pratici che simbolici. Nel 2021 ho avuto l’onore di portare un videomessaggio per la Giornata Mondiale dell’Acqua, diffuso da UNRIC Italia, il centro d’informazione regionale delle Nazioni Unite. E sul fronte europeo, nel 2022 ci siamo aggiudicati il progetto Horizon Europe REMEDIES, con oltre 280 mila euro di finanziamento in un consorzio di 22 partner da 11 Paesi per ridurre l’inquinamento nel bacino del Mediterraneo. Nel 2023 è arrivato anche il progetto Horizon Europe INSPIRE. Aggiunga la certificazione di sostenibilità Friend of the Sea e tre iniezioni di capitale agevolato da Invitalia tra il 2021 e il 2024. Quando le istituzioni ti dicono che stai lavorando nella direzione giusta, la spinta a continuare raddoppia”.

Veniamo a oggi. Cosa bolle in pentola nel 2026?

“Viviamo un momento particolarmente intenso. Nel giugno 2023 avevamo installato il sistema RC Vela 01 sul Canale Vela, commissionato dal Consorzio di Bonifica Veneto Orientale nell’ambito del progetto Interreg Italia-Croazia MarLESS: il primo impianto con automazione completa e monitoraggio in tempo reale. Tra 2024 e 2025 abbiamo testato più volte le barriere sui fiumi Brenta e Campolongo, con risultati che ci hanno dato indicazioni preziose per l’evoluzione della tecnologia. Nel 2025 abbiamo vinto il Bando Voucher Samothrace del MUR, e nel 2026 il Bando Competitività Startup Veneto Innovazione della Regione Veneto. A giugno di quest’anno ci siamo aggiudicati anche il concorso ‘Startup To Dare’ per il manifatturiero, promosso da Nuovamacut con Almacube. E abbiamo appena completato l’installazione della nostra RC Smart Barrier nella Laguna di Venezia, per il progetto Inspire Europe: è la prima soluzione del suo genere in grado di sollevarsi automaticamente in caso di piene, un livello di sicurezza che oggi nessun altro sul mercato offre. Il lavoro poi prosegue, ci sono altri impianti con proposte accettate che attendono l’avvio lavori, principalmente nelle regioni Sicilia e Calabria. Ma le nostre mire si estendono anche all’India, dove la nostra azienda partner ha ottenuto la conferma di un contratto per la gestione delle acque cittadine, che prevederà anche il nostro contributo. E, naturalmente, non dimentichiamoci del PoC per Enel Green Power”.

Molti conoscono The Ocean Cleanup, l’organizzazione di Boyan Slat che raccoglie plastica anche nei fiumi. Cosa vi distingue da loro?

“Rispetto per il lavoro che fanno, sia chiaro: hanno portato il tema all’attenzione mondiale. Ma il modello è profondamente diverso dal nostro. Loro sono una no-profit, dipendono interamente da donazioni private, corporate e governative: non hanno un modello di business scalabile e non generano ricavi propri. Il loro sistema, l’Interceptor, è efficace ma ha incontrato difficoltà operative in condizioni di maltempo estremo, e si concentra soprattutto sui grandi fiumi dei Paesi in via di sviluppo. Noi siamo l’opposto: un’azienda con un brevetto proprietario, un modello industriale B2B pensato per il mercato europeo – idroelettrico, utilities, consorzi, pubblica amministrazione – e sistemi progettati per resistere e per proteggere le infrastrutture, non solo per raccogliere rifiuti. È un mercato enorme e ancora aperto, con un solo vero attore rilevante che però non compete davvero con noi sul terreno industriale”.

Parliamo di numeri: che dimensioni ha il mercato a cui guardate?

“Numeri importanti. Il mercato globale dei sistemi di trattamento delle acque vale circa 45,85 miliardi di dollari nel 2025, con un CAGR a dieci anni pari al +8,1%. Quello specifico del trattamento di acque e acque reflue è stimato a 56,69 miliardi di dollari nel 2026, con proiezioni fino a quasi 85 miliardi entro il 2035. Il nostro segmento – la depurazione dei corsi d’acqua naturali, fiumi e canali – è ancora in fase di definizione come mercato autonomo: questo per noi è un’opportunità, non un limite. In Italia il PNRR ha stanziato 600 milioni di euro per reti fognarie e depurazione, con scadenze al 2026. A livello europeo, la Commissione ha adottato a giugno 2025 la Strategia per la Resilienza Idrica dell’UE, che parla di quasi 4 miliardi di euro l’anno di investimenti necessari entro il 2045. Sono numeri che raccontano una domanda destinata a crescere in modo strutturale, non ciclico”.

E come pensate di trasformare tutto questo in ricavi concreti?

“Il nostro modello è B2B, rivolto a pubblica amministrazione, operatori di centrali idroelettriche, utilities, consorzi di bonifica, operatori agricoli e costruttori di infrastrutture. Entro il 2026 prevediamo l’installazione di quattro impianti su corsi d’acqua di piccola dimensione presso enti pubblici e corporate, più una sponsorizzazione. Per il 2027 saliamo a sei impianti, con l’aggiunta di contratti DaaS – cioè servizi di monitoraggio analitico delle acque in abbonamento – royalties e altre sponsorizzazioni. A questo si affiancheranno accordi di licensing internazionale e cessioni di brevetto a operatori specializzati con delimitazione territoriale. Siamo stati prudenti nel piano: contiamo di raggiungere un EBITDA positivo dal 2028, e nel 2030 puntiamo a superare i 7 milioni di euro di ricavi con un margine EBITDA intorno al 40%.

Siete alla ricerca di un partner industriale o finanziario? Esattamente, di cosa avete bisogno e a quali condizioni?

“La valutazione pre-money che riteniamo corretta per il 100% dell’enterprise value include la titolarità dei brevetti, i costi di sviluppo già sostenuti, l’attuale organizzazione aziendale e il livello di notorietà e affidabilità del brand che abbiamo costruito. Procederemo interamente con un aumento di capitale, per immettere liquidità fresca in azienda: il fabbisogno è in un range tra 2 e 3,5 milioni di euro. Almeno nelle prime fasi, è nostro auspicio mantenere il controllo: parliamo, pertanto, di una importante di minoranza in aumento di capitale. Le risorse serviranno a tre cose precise: supportare in autonomia la produzione, sostenere il go-to-market nazionale e internazionale e implementare le nuove funzionalità tecnologiche già in cantiere. Sarebbe auspicabile un intervento sia in termini industriali che finanziari”.

Per chi investe oggi, quali sono realisticamente le prospettive di ritorno?

“Le vie sono più d’una, tutte supportate da precedenti di mercato concreti. Il percorso primario è il trade sale verso un operatore internazionale del water treatment o idroelettrico: parliamo di multipli di settore nell’ordine di 10-14 volte l’EV/EBITDA, con un orizzonte realistico di circa 48 mesi dall’investimento. Pensi che player come Veolia, Xylem o Enel guardano con crescente interesse a tecnologie proprietarie in questo segmento, e il precedente dell’acquisizione di Evoqua da parte di Xylem dà un’idea concreta dei multipli in gioco. In alternativa, ci sono il licensing strategico e la secondary sale verso fondi infrastrutturali ESG. E se le condizioni lo permetteranno, non potrà escludersi nemmeno un percorso di IPO. Quello che posso dire con onestà è questo: chi entra oggi, entra quando i brevetti sono già depositati e validati, le prime installazioni hanno già dato risultati incoraggianti e il mercato non ha ancora prezzato il potenziale. Tra dodici, ventiquattro mesi, quelle condizioni difficilmente si ripeteranno”.

Un’ultima domanda, forse la più personale. Cosa la spinge ogni giorno, dopo aver già costruito una carriera imprenditoriale di successo nell’automotive?

“Le rispondo con quello che diciamo spesso in azienda: siamo quelli che hanno deciso di agire. Quelli che guardano un fiume inquinato e vedono un problema da risolvere, non un paesaggio da accettare. Ho tre nipoti, e ogni chilo di plastica che fermiamo in un fiume è un chilo in meno nell’oceano, nella catena alimentare, nel futuro che lasceremo a loro. Potrei godermi comodamente i risultati di trent’anni di lavoro nell’automotive. Invece sono qui, a inseguire ancora un sogno che ha già vinto premi, convinto le istituzioni europee e persino le Nazioni Unite, ma che deve ancora dimostrare fino in fondo il suo potenziale industriale. Ecco perché dico sempre a chi mi ascolta: il momento per crederci, ed entrarci, è adesso. Un fiume alla volta, ripuliremo i mari”.

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