di Alessandro Campo
Vogliamo dirlo con franchezza? Nessuno, alla domenica, sogna di portare i figli a vedere un Data Center. Non ci sono panorami, non ci sono gelati, non c’è nemmeno un cartello “vietato ai cani” da fotografare con aria indignata. Eppure, il Data Center è esattamente come il water di casa: lo si usa cento volte al giorno, si pretende che funzioni sempre, e l’idea che possa trovarsi a cinquecento metri da dove dormiamo ci provoca un’orticaria improvvisa e del tutto incoerente. Mandiamo messaggi, guardiamo serie, paghiamo bollette online, deleghiamo all’IA la lista della spesa e financo sensi di colpa e ansie d’amore, ma quando arriva la ruspa per costruire il capannone che rende possibile tutto questo, ci scopriamo improvvisamente bucolici, agresti, innamorati del campo di mais che non visitavamo da vent’anni. È il classico paradosso italiano: vogliamo la modernità, ma senza il fastidio della sua infrastruttura. Vogliamo il cloud, ma guai a chi ce lo pianta vicino casa.
Un mercato che corre, un’Italia che insegue
I numeri, va detto, raccontano una corsa che più che digitale è quasi ginnica. Nel triennio 2026-2028 una trentina di aziende ha annunciato in Italia oltre ottanta nuovi progetti di Data Center, per un valore complessivo superiore ai 25 miliardi di euro. Un CED (Centro Elaborazione Dati) – andrebbe ricordato a chi pensa ancora che “il cloud” sia una nuvola romantica sospesa chissà dove – è in realtà un edificio fatto di cemento, acciaio, server, sistemi di raffreddamento e una fame di elettricità che farebbe impallidire un’acciaieria. È il cuore tecnologico di ogni azienda contemporanea, la sala macchine invisibile che tiene in piedi banche, ospedali, pubbliche amministrazioni, portali e l’ultimo episodio della fiction che guardiamo la sera.
Sul piano internazionale, il quadro è impietoso quanto istruttivo. I poli europei del cosiddetto FLAP-D (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino) hanno superato a fine 2025 i 2,8 GW di capacità IT installata, contro i 513 MW dell’Italia: un gap di 5-6 volte, certo in lenta riduzione, ma comunque un gap. Per dare la misura della distanza globale, Stati Uniti e Cina si attestano rispettivamente già sopra i 45 e 35 GW. L’Europa, nel suo complesso, resta un comprimario rispetto ai due colossi, e l’Italia è ancora più indietro nella fila europea. Eppure, qualcosa si muove: nei tredici principali poli del continente gli investimenti del triennio 2023-2025 sono stati pari a 29,5 miliardi di euro, con una proiezione di 110 miliardi per il 2026-2028, quasi il triplo. L’area FLAP-D assorbe ancora il 55% del totale, ma la saturazione di spazi ed energia in quei mercati storici sta spingendo i capitali verso hub emergenti come Milano, Madrid e Varsavia.
Sul fronte della crescita complessiva, il mercato europeo della costruzione di data center è stimato a circa 59,5 miliardi di dollari nel 2025, con una traiettoria che porterebbe a 92,8 miliardi entro il 2031; guardando alle infrastrutture nel loro complesso, si parla di un salto da 49 miliardi di dollari nel 2020 a 83 nel 2025, fino a oltre 210 miliardi entro il 2035. Resta, ed è un dettaglio non da poco per chi discute di autonomia strategica europea, il fatto che oltre metà della potenza installata sia in mano a dieci operatori, sette dei quali statunitensi, e che l’80% del mercato cloud sia controllato da hyperscaler (quelli “grossi”, per intenderci) e provider americani. Il dibattito sul “cloud sovrano” europeo, insomma, non è un capriccio ideologico ma una questione di infrastruttura reale.
In questo scenario l’Italia gioca però una partita interessante: con i suoi 513 MW e un CAGR atteso del 30% per il prossimo triennio, è il mercato a più rapida crescita del Sud Europa. Il ritardo accumulato verso il FLAP-D, paradossalmente, è anche un’opportunità: per chi investe oggi, significa asset meno compressi e rendimenti potenzialmente più interessanti rispetto ai mercati maturi e saturi del Nord Europa.
Una geografia che si sposta verso sud (e verso le aree dismesse e periferiche)
A livello nazionale, secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, IDA (Italian Data Center Association) e Mordor Intelligence, la capacità IT installata a fine 2024 era di 513 MW, di cui 287 in colocation, con una crescita del 17% sull’anno precedente. Nel biennio 2023-2024 gli investimenti hanno superato i 5 miliardi di euro, mentre per il biennio successivo sono già confermati oltre 10 miliardi di nuovi capitali. Le prospettive parlano di 1 GW entro il 2028 (+600% sul 2024) e di 2 GW nel 2031, con un CAGR medio annuo del 30% e un impatto economico stimato in oltre 800 milioni di euro di contributo al PIL, fino a 5.500 nuovi posti di lavoro nella filiera.
Sul piano geografico, Milano resta la capitale indiscussa, con 58 data center su 169 censiti a livello nazionale: hub carrier-neutral e principale polo di investimenti hyperscale. Segue Roma, che con il Polo Strategico Nazionale punta su PA digitale e cloud sovrano; il Sud Italia (Napoli, Bari, Palermo) si propone come nuova frontiera hyperscale, favorito dagli approdi dei cavi sottomarini, da costi del suolo più contenuti e da incentivi statali; Bologna si distingue per il calcolo ad alte prestazioni grazie al polo CINECA-Leonardo; il Piemonte, ancora “Torino-centrico”, inizia a vedere richieste autorizzative anche nelle province più ricche.
Il vero collo di bottiglia non è la tecnologia, è il timbro
E qui arriva la parte meno entusiasmante della storia, quella che i comunicati stampa delle aziende tendono a saltare: il problema dei Data Center italiani non è quasi mai tecnologico. È burocratico, politico, territoriale. È, in una parola, autorizzativo.
Fino a poche settimane fa, per costruire un Data Center in Italia bisognava destreggiarsi tra Autorizzazione Integrata Ambientale, Autorizzazione Unica Ambientale, permessi paesaggistici, valutazioni di impatto ambientale, allacci alla rete elettrica gestiti da soggetti diversi e, soprattutto, la discrezionalità del singolo Comune competente, che decideva caso per caso senza una cornice normativa nazionale di riferimento. Il risultato era un Paese a macchia di leopardo, dove un progetto poteva sbloccarsi in pochi mesi in un comune “amico” e restare bloccato per anni cinquanta chilometri più in là.
Le cose, per fortuna, si stanno muovendo. Il decreto-legge 21 del 2026, il cosiddetto “Decreto Bollette”, ha introdotto per la prima volta un procedimento autorizzativo unico che riconosce ai Data Center il rango di infrastrutture strategiche per lo sviluppo del Paese, con un iter che dovrebbe concludersi in dieci mesi (salvo proroga di tre) e tempistiche dimezzate per la VIA, quando necessaria. È un cambio di paradigma non banale, perché per la prima volta lo Stato sottrae al singolo sindaco il potere di vita o di morte su un investimento da centinaia di milioni di euro.
Sul fronte regionale, la Lombardia, che da sola ospita oltre sessanta data center attivi e raccoglie più della metà delle nuove richieste di insediamento nazionali, ha approvato a fine maggio 2026 la prima legge regionale italiana dedicata alla materia. Lo strumento principale è uno Sportello unico regionale che concentra le procedure oggi disperse tra enti diversi, con una task force tecnica di supporto; la competenza si distribuisce per soglie di potenza, con provincia e comune protagonisti fino a 50 MW e la Regione che subentra sopra quella soglia. La norma spinge inoltre verso il riutilizzo delle aree dismesse (la cosiddetta Brownfield List) attraverso un meccanismo tutt’altro che sottile: chi vuole costruire su terreno agricolo o in area verde paga oneri di costruzione raddoppiati, in certi casi triplicati, rispetto a chi recupera un capannone industriale abbandonato. I Comuni avranno fino a centottanta giorni per adeguare i propri piani urbanistici e mappare le aree dismesse disponibili: chi non si adegua resta escluso dai bandi regionali.
Perché Stato, Regioni e Comuni litigano (e i cittadini con loro)
Le ragioni della frizione tra i diversi livelli di governo, e tra questi e le comunità locali, non sono pretestuose, anche se talvolta vengono raccontate con toni più adatti a una crociata che a un dibattito amministrativo. Vale la pena elencarle con ordine, perché capirle è il primo passo per superarle.
Primo: il consumo di suolo. Un Data Center hyperscale può estendersi su decine di migliaia di metri quadrati, e i sindaci sanno bene che ogni capannone in più è un campo agricolo in meno, in un Paese che già consuma suolo a ritmi che la Commissione Europea giudica insostenibili.
Secondo: l’acqua. I sistemi di raffreddamento tradizionali richiedono volumi idrici importanti, e in territori dove l’agricoltura compete già con la siccità stagionale, l’idea di “regalare” risorse idriche a un server che non vota e non paga le tasse comunali (almeno non direttamente) genera comprensibile diffidenza.
Terzo: l’energia e la rete. Le richieste di connessione per nuovi Data Center in Italia hanno superato, secondo le stime più recenti, i 66 GW complessivi, un numero che mette sotto pressione una rete elettrica nazionale progettata per altri equilibri. I Comuni temono cabine primarie sovraccariche, nuovi elettrodotti, sottostazioni che modificano il paesaggio, e un costo di adeguamento della rete che spesso ricade, in ultima istanza, sulla collettività.
Quarto: la scarsa occupazione generata in rapporto agli spazi occupati. Un capannone hyperscale può creare, una volta operativo, un numero di posti di lavoro diretti relativamente contenuto rispetto alla superficie e all’impatto ambientale: questo alimenta nei comitati locali la sensazione di un modello “estrattivo”, che porta via risorse e lascia in cambio poco valore economico diffuso sul territorio.
Quinto, e non meno rilevante: il modello “compensativo” non è ancora maturo. In Lombardia, dove l’opposizione si è fatta più organizzata, comitati come “Ferma l’invasione” nel sud-ovest milanese o le “Sentinelle del Territorio” nel pavese contestano che gli oneri previsti non bastino a garantire l’uso di energie rinnovabili al 100% o il recupero del calore residuo per il teleriscaldamento urbano, mentre alcune amministrazioni di segno opposto – come Arcene nella bassa bergamasca – vedono nello stesso progetto un’opportunità di oneri e occupazione da non lasciar scappare. È la fotografia di un Paese diviso non tanto tra favorevoli e contrari, quanto tra chi guarda al breve termine del proprio territorio e chi guarda al medio termine della competitività nazionale.
A complicare il quadro si aggiunge la frammentazione istituzionale italiana: tre livelli di governo (Stato, Regioni, Comuni), competenze sovrapposte su ambiente, urbanistica ed energia, e un principio di sussidiarietà che, applicato senza coordinamento, produce esattamente l’effetto contrario a quello sperato: non più autonomia responsabile, ma blocco reciproco. Il procedimento unico statale e la legge lombarda, in questo senso, vanno letti come i primi tentativi di rimettere ordine in una materia che fino a ieri non aveva nemmeno una definizione giuridica condivisa.
La vera notizia: i Data Center del futuro saranno più verdi di quelli di oggi
Ed eccoci al punto che, in tutta questa discussione spesso ideologica, merita più attenzione di quanta gliene venga dedicata: i nuovi progetti di Data Center non sono la fotocopia di quelli costruiti dieci anni fa. Stanno diventando, complice anche la pressione regolatoria e la necessità di rispondere alle critiche su energia e ambiente, infrastrutture con requisiti ESG sensibilmente superiori allo standard di mercato attuale.
Il tema centrale è la resilienza energetica, cioè la capacità di un CED di non dipendere in modo rigido da un’unica fonte di approvvigionamento e di restare protetto dalle fluttuazioni di prezzo dell’energia, che negli ultimi anni hanno reso imprevedibile qualunque piano industriale basato sul solo allaccio alla rete elettrica nazionale. La risposta tecnica più interessante che il mercato sta sperimentando è l’adozione di sistemi di trigenerazione per garantire continuità anche in caso di guasto e alimentati in via complementare da gas, diesel e fonti rinnovabili, capaci insieme di generare contemporaneamente energia elettrica, calore e, soprattutto, il freddo necessario al raffreddamento dei rack.
Il vantaggio è duplice e va al di là della semplice continuità del servizio. Da un lato consente un’indipendenza parziale dalla rete elettrica pubblica, riducendo la pressione sui nodi di distribuzione locali che tanto preoccupa Comuni e gestori di rete; dall’altro permette di sfruttare il calore di scarto del processo di generazione per produrre il freddo destinato al raffreddamento dei rack, un’efficienza complessiva che i sistemi tradizionali, basati su compressori elettrici e gruppi elettrogeni diesel utilizzati solo come emergenza pura, semplicemente non possono raggiungere.
Per gli investitori e gli sviluppatori, questa direzione non è solo una scelta etica da esibire nel bilancio di sostenibilità: è una strategia di mitigazione del rischio finanziario. Un Data Center capace di modulare le proprie fonti di alimentazione in base al prezzo e alla disponibilità dell’energia, e di recuperare calore altrimenti sprecato, è un asset più resiliente nel tempo, meno esposto alla volatilità delle materie prime energetiche e, non da ultimo, più facilmente autorizzabile, perché risponde proattivamente a molte delle obiezioni che oggi animano i comitati locali: minore impatto sulla rete, minore impronta carbonica, maggiore efficienza complessiva. È la dimostrazione che, talvolta, la sostenibilità non è un costo aggiuntivo imposto dal regolatore, ma una leva competitiva che il mercato sta scoprendo da solo.
Tornare all’età della pietra non è un’opzione
Si può discutere, e a ragione, su dove costruire un Data Center, su quanta acqua consumi, su chi debba pagare l’adeguamento della rete elettrica e su quanto valore reale lasci sul territorio che lo ospita. Sono discussioni legittime, anzi necessarie, ed è bene che Stato, Regioni e Comuni continuino a litigarsele, perché è proprio dall’attrito tra interessi diversi che nascono, quando funzionano, le regole migliori.
Quello che non si può seriamente discutere è se i Data Center debbano esistere. Ogni messaggio che inviamo, ogni pagamento che facciamo con un clic, ogni cartella clinica digitalizzata, ogni intelligenza artificiale a cui chiediamo di scriverci la mail che non abbiamo voglia di scrivere, passa da un capannone con dentro server, gruppi di continuità e, sempre più spesso, un sistema di trigenerazione che lavora silenziosamente per tenere tutto acceso. Si può continuare a chiamarli “ecomostri” nei cortei di paese, ma la verità è che il vero ecomostro, ormai, è la vita senza di loro. Finché vivremo nell’epoca del digitale, e non siamo ancora pronti a tornare a scrivere lettere con la penna stilografica e a fare ricerche in biblioteca con la scheda perforata, i Data Center continueranno a crescere. La sola domanda intelligente da farsi non è se costruirli, ma come: con quanta acqua, con quanta energia sprecata, con quanta resilienza e, soprattutto, con quanto rispetto per chi quel capannone se lo troverà, suo malgrado, in fondo alla strada di casa.