di Fabrizio Gagliardone e Alessandro Campo
Anche stamane c’è la coda di catastrofisti dietro la porta dei capitali privati destinati alle imprese, visto il perdurare dell’instabilità geopolitica a livello globale. Ma l’inizio dell’anno manda segnali di moderato ottimismo. Meno euforia rispetto ai record degli ultimi anni, ma molta più sostanza strategica: ecco come oggi si presenta il mercato italiano del “private capital”, che nel nostro Paese vive il suo momento di piena fase di “maturità selettiva”.
Vogliamo capire meglio? Il primo trimestre del 2026 ha confermato la tendenza, iniziata nella seconda metà del 2025, a indirizzare i volumi sulla qualità a dispetto della quantità. Sebbene i tassi di interesse abbiano iniziato una timida parabola discendente, il costo del debito non è più l’unico driver perché prevale la capacità di selezionare opportunità di investimento di reale creazione di valore industriale.
Il Private Equity – che complessivamente ha ridotto di poco il numero dei deal rispetto ai picchi storici del recente passato – mostra dimensioni medie unitarie delle operazioni in crescita, con oltre il 50% delle transazioni che superano i 30 milioni di euro. Sempre nel primo trimestre dell’anno, ha poi segnato il ritorno dei take-private (le medie imprese quotate che pagano lo scotto di una scarsa liquidità di borsa, diventando target appetibili per i fondi più liquidi, attivando la fase di delisting) e degli add-on, attraverso cui i fondi investono in acquisizioni complementari (con le proprie controllate e/o partecipate) per creare campioni nazionali capaci di competere a livello globale.
“Ci piace sondare aziende che appartengono alle piattaforme settoriali su cui abbiamo già investito” – ci dice Alessandro Lo Savio, CEO di IBLA CAPITAL – “perché spesso si colgono opportunità di integrazione della filiera o di ampliamento della forza commerciale e del portafoglio prodotti, rafforzando visione e competitività”.
Su quali tipologie di aziende puntate?
“Investiamo in piccole e medie imprese, privilegiando realtà con un modello di business B2B e una forte componente industriale, acquisendone quote di controllo. Forti di una naturale vocazione per operazioni di turnaround e cosiddette special situations – continua Lo Savio – puntiamo a creare valore attraverso il miglioramento delle performance operative, accompagnato da una profonda riorganizzazione della struttura finanziaria, sostenuta dall’apporto di nuove risorse.
In quali settori, in particolare?
“Adottiamo un approccio generalista, con interesse verso diversi settori produttivi, mantenendo come elemento distintivo la forte componente industriale. Al contempo, facciamo leva sulle competenze maturate in specifici macrosettori in cui abbiamo già operato, quali la meccanica e la componentistica, l’automazione industriale, la nutraceutica, la gomma e l’elettronica di potenza”.
Il vostro interesse si limita alle aziende in crisi?
“Non solo: siamo infatti tra gli operatori più attivi in Italia negli investimenti di carve out, una particolare tipologia di special situation che riguarda l’acquisizione di società partecipate o rami d’azienda il cui business non è più considerato “core” da grandi gruppi o multinazionali. Siamo in grado di gestirne la separazione senza interrompere la continuità operativa e di valorizzarle puntando sulle competenze distintive e migliorando le performance operative. Anche in questi casi, gli investimenti possono riguardare una pluralità di settori.”.
Anche il Venture Capital palesa decisamente selettività e verticalità negli investimenti, aprendo il 2026 con una raccolta di circa 367 milioni di euro distribuiti su 53 round. Nonostante una diminuzione del numero dei deal, i capitali restano stabili. Gli investitori sono diventati estremamente selettivi, premiando start up o, ancora maggiormente, scale up con storicità breve ma solida. I settori trainanti? Digital health e le life sciences guidano la classifica per ammontare investito, seguite dall’AI non più come un trend isolato ma come componente orizzontale richiesta in quasi ogni round di serie A o B.
“Da quasi venture capitalist ci siamo trasformati in veri operatori di private equity – a parlare è Lorenza Castelli Board Member e Senior Investment Manager in REDFISH CAPITAL – e guardiamo aziende più grandi rispetto ai nostri primi anni di attività, con marginalità superiori al milione di euro (o addirittura in fase pre-IPO). Siamo investitori di long term anche in settori tradizionali, come l’health care, la produzione di medical devices e la diagnostica, il trasporto ferroviario e servizi annessi, la produzione tessile, di abbigliamento e accessoristica (meglio se con approccio B2B) e, in chiave più tecnologica e innovativa, l’automazione industriale, la fornitura di servizi IT e software, ma sempre con un’impronta dinamica e scalabile”.
Siete investitori di puro equity?
“Investiamo acquisendo sia quote di maggioranza che di minoranza, anche organizzando talvolta club deal al cospetto di un’operazione per noi considerata strategica. Ma nel nostro DNA c’è anche un po’ di private debt: da quasi due anni gestiamo il programma “RedFish Basket Bond” strutturato insieme a Banca Finint. Il piano offre finanziamenti a medio-lungo termine a small e mid cap, con l’obiettivo di sostenere la crescita – organica o esterna – delle imprese appartenenti al nostro network, ma anche terze. Il programma è attivo con diverse emissioni di bond sottoscritti e tranche già positivamente chiuse per un totale di quasi 50 milioni di euro”.
A proposito di Private Debt, il momento sembra quasi paradossale: gli investimenti sono ai massimi storici (sfiorando i 6,8 miliardi di euro su base annua), ma la raccolta per gli operatori fatica a tenere il passo. Con lo stock di finanziamenti bancari in costante contrazione, il debito privato è diventato l’ossigeno fondamentale per le PMI che intendono finanziare piani di espansione o operazioni di M&A senza che l’imprenditore rischi di perdere il controllo. Ma sino a quando i round di raccolta resteranno “asfittici” e il numero di attori resterà contenuto rispetto alle potenzialità del mercato, sarà difficile colmare il credit gap con il mondo delle banche tradizionali.
“Noi ce la mettiamo tutta – interviene Gianpaolo Piattella di TENAX CAPITAL – tenendo i fari accesi in molteplici direzioni e verso i più svariati settori: partecipiamo volentieri alla sottoscrizione di minibond, anche condividendone una quota parte insieme ad altri investors, sia di altre SGR che di matrice bancaria”.
Una strategia di investimento ad ampio raggio, quindi?
“L’approccio alla selettività non deve mai mancare, anche in virtù di una disponibilità di plafond sempre limitata. Sì, l’entità attuale della raccolta di capitale “paziente” su prodotti a tasso fisso (o quasi) penalizza molto l’ecosistema italiano composto in gran parte da PMI. Per questo dobbiamo focalizzarci su ciò che crea maggior valore nel tempo: digitalizzazione, internazionalizzazione, ESG e impatto, privilegiando la qualità del management e la solidità della strategia di crescita”.
Con quali importi medi intervenite?
“Dipende. Quando siamo sole investor – conclude Piattella – ci piacciono importi più rotondi, se invece condividiamo il deal, sottoscriviamo anche tranche da 2-3 milioni di euro”.
A noi di Alysiance – piccoli alleati degli imprenditori e attenti frequentatori del variegato mondo della finanza – non resta che continuare a svolgere quotidianamente il nostro lavoro nella turbolenza di questi mesi: mentre attendiamo che il “capitale paziente” finisca la sua tazza di camomilla e si decida a scendere in campo, ricordiamo – prima di tutti a noi stessi – che per fare impresa servono idee realizzabili e uomini in grado di realizzarle, non solo un power point ben colorato. In fondo, aprire il capitale delle proprie aziende non è un’invasione di campo, ma l’arrivo di un compagno di banco che ha già studiato il capitolo più difficile. Significa portarsi in casa un socio capace di trasformare il soliloquio di un imprenditore in un coro armonico e intonato: meno finanza “distratta” e più mestiere condiviso. Perché alla fine – se ci pensiamo – l’ottimismo è anche, e soprattutto, competenza ben distribuita. O no?