Il gran ballo dei miracoli: tra sciamani del business, minibond per tutti e “Ghe pensi mi”

Consulenza strategica tra marketing digitale e realtà aziendale

di Alessandro Campo

C’è un nuovo genere letterario che sta spopolando sul web, superando in fantasia i romanzi di avventura e in ottimismo i messaggi della fortuna nei biscotti cinesi. È il genere “consulenza prodigiosa”. Se un tempo per risanare un’azienda servivano bilanci, analisi approfondite, sudore e notti insonni, oggi pare basti un “link in bio”, un palco ben illuminato e una discreta dose di gel per capelli. Intendiamoci: l’entusiasmo è una bellissima cosa. Ma quando l’entusiasmo diventa un prodotto venduto a peso d’oro per spiegare come si calcola un margine di contribuzione, allora forse non siamo più nel campo della strategia, ma in quello del varietà.

L’evento esclusivo (per qualche migliaio di amici)

Prendete il format del momento: il corso di Pianificazione e Controllo di Gestione travestito da rito iniziatico. Funziona così: ti dicono che è un evento “esclusivo”, unico, per pochi eletti disposti a cambiare vita, perché “io sono uno di voi”. Poi entri e trovi la folla delle grandi occasioni, roba che neanche al concerto di Vasco. Lì, tra una musica motivazionale e un “Yes, you can!”, ti vengono svelati i segreti arcani che – a guardare bene – sono le basi del secondo anno di ragioneria. Il tutto, ovviamente, alla modica cifra di qualche migliaio di euro. È la democratizzazione del lusso: pagare come per una consulenza su misura e ricevere in cambio un pacchetto preconfezionato che va bene per il bullonificio di Piacenza come per la startup di biocosmesi a Guidonia. Geniale, se non fosse che un’azienda non è un mindset, è un organismo vivo che mangia cassa e produce complessità. E ogni azienda fa storia a sé.

Gli stakanovisti del successo

Poi ci sono i numeri. Ah, i numeri! Quelli che non mentono mai, tranne quando sono scritti sui profili LinkedIn. Sentiamo di professionisti che, in vent’anni di onorata carriera, avrebbero “aiutato oltre mille aziende a crescere”. Ora, facciamo due conti rapidi, di quelli che piacciono a noi che con i numeri ci viviamo: mille aziende in vent’anni fanno esattamente cinquanta clienti all’anno. Uno a settimana, senza contare le ferie, le influenze stagionali, i tempi di trasferta, gli inviti ai matrimoni e alle recite dei bimbi. Più che a consulenti, siamo di fronte a supereroi della produttività, uomini capaci di fare una due diligence tra un caffè e un cornetto e di ristrutturare un debito nel tempo di una partita a padel. Praticamente, un modello di business che somiglia più a un pronto soccorso in tempo di guerra che a uno studio associato. La domanda sorge spontanea: ma dopo averle “aiutate”, se li ricorda almeno i nomi?

La finanza (molto) creativa

E che dire della Finanza Agevolata, presentata come la cornucopia di Zio Paperone? “Soldi gratis per tutti!”, urlano i post sponsorizzati. Come se l’accesso ai bandi fosse una passeggiata di salute e non un labirinto burocratico dove la precisione del centesimo fa la differenza tra il successo e la revoca con sanzioni.

Ma il capolavoro è lo story-telling sul minibond. Nel racconto dei nuovi guru, il minibond è il “modo più veloce e semplice” per finanziarsi. È la bacchetta magica per sfuggire alla morsa delle banche, ti dicono. La narrazione è seducente: «Basta con la dittatura delle banche! Emetti il tuo titolo e vola!». Peccato che dimentichino di citare quel piccolo, trascurabile dettaglio chiamato due diligence. Organizzazione e affidabilità manageriale, aspetti qualitativi, risultati storici, piani prospettici, flussi di cassa, temi di sostenibilità e impatto. Non ti spiegano che gli investitori istituzionali non sono lì per fare beneficenza, ma che passano l’azienda ai raggi X, analizzano ogni pelo nell’uovo e che la selezione all’ingresso è più severa di quella per entrare nei Nocs. Presentarlo come una scorciatoia è come dire che scalare l’Everest è il modo più rapido per godersi il panorama: vero, ma magari portati l’ossigeno e impara a scalare.

Il ritorno alla realtà, che non è poi così male

Tutto vero: il mercato ha bisogno di energia, di nuovi modi di comunicare, di nuovi strumenti e di visione. Ma la finanza e la strategia sono arti pazienti. Sono fatte di analisi personalizzate, di sartoria aziendale dove l’abito deve vestire perfettamente quel titolare e quella storia, non una taglia unica buona per tutti i follower. La buona notizia è che le aziende vere, quelle che reggono l’impatto della realtà, sanno distinguere il luccichio dell’oro dal neon della ribalta. Fare impresa è una cosa seria, a tratti faticosa, ma immensamente gratificante quando i risultati arrivano per merito di una struttura solida e non di un incantesimo web.

L’azienda non è un modulo prestampato. È un groviglio di persone, capannoni, debiti pregressi e speranze e progetti futuri. Risolverne i nodi richiede tempo, silenzio e, soprattutto, la capacità di dire dei “no”. Il vero consulente è quello che ti spiega perché quel minibond non fa per te, non quello che te lo vende come se fosse un biglietto della lotteria dove vincono tutti. Noi siamo convinti che la consulenza non si fa nei teatri, non si fa urlando in un microfono e non si fa vendendo lo stesso schema a mille aziende diverse. Si fa con il “tu per tu”, con l’analisi dei flussi di cassa che non mentono e con la pazienza di chi sa che per crescere ci vogliono processi ed organizzazione, non miracoli e formule magiche.

In questo gran ballo di maschere digitali, dove tutti sono “leader”, “top coach” e “visionari”, il vero atto rivoluzionario è tornare alla serietà. Rivendicare il diritto a una consulenza che sia, prima di tutto, onesta. Che sappia distinguere tra un corso di formazione (legittimo, per carità) e un percorso di affiancamento strategico.

A neanche un anno dalla sua nascita, Alysiance si è confrontata con molteplici realtà. Stiamo lavorando con imprenditori attivi nel #tech e nella #mobility, nell’innovazione rivolta all’#ecosostenbilità, nella #nautica, nel mondo del #fashion e degli #accessori, nelle #rinnovabili e nell’#impiantistica. Affiancando, approfondendo, elaborando, proponendo, dedicando tempo e fatica. Perché alla fine, quando il sipario dell’evento esclusivo cala, le luci si spengono e i guru tornano a casa, l’imprenditore resta solo con il suo bilancio e i suoi problemi di sempre. Ed è lì che serve qualcuno che non abbia solo venduto un biglietto, ma che sappia dove mettere le mani per aiutare le aziende ad essere credibili e a crescere in modo sostenibile.

Forse saremo meno fotogenici di chi promette l’oro, ma abbiamo un vizio antico: ci piace che le aziende continuino a esistere anche dopo che abbiamo finito di parlare. Contano le persone, i numeri e i risultati. Che, per fortuna, non hanno ancora imparato a recitare.

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